Pellegrinaggio Adulti/Adultissimi! - 4/5/17

 

 

Incontro regionale Adulti a Susa - 16 giugno 2016

Pellegrinaggio Giubilare Adulti-Adultissimi 12 maggio

 

 


 

 

 

 

Adultissimi 2015/2016... CI SIAMO ANCORA!

 

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Giornata 16/3/2016

 


Giornata 18/11/2015

 

 

Pellegrinaggio Adulti a Lequio Berria! - 14 Maggio 2015

Esercizi spirituali a Sampeyre - 25-26 Aprile

Ci siamo ancora! - Adultissimi 2014-2015

 

Per scaricare il manifesto clicca col tasto destro sull'immagine e selezione "salva immagine".

Qui sotto la foto del gruppo che ha partecipato al secondo incontro lo scorso 19 Novembre.

 

SAMPEYRE  30 Apr. 2011

 

Qui sotto le foto ed al fondo i documenti del ritiro.

Godetevi le foto ma ... meditate anche i documenti !

 

 

 

IMPASTATI CON IL MONDO

La responsabilità sociale del cristiano

 

 

BIBLIOGRAFIA

  • Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Gaudium et Spes, EDB, Bologna 2005 pp. 725-834
  • Ch. Theobald,Trasmettere un vangelo di libertà, EDB, Bologna 2010
  • G. Manzone, Una comunità di libertà. Introduzione alla teologia sociale, EMP, Padova 2008
  • E. Combi - E. Monti, Fede cristiana e agire sociale, Centro Ambrosiano, Milano 2001
  • E. Combi, Il lavoro umano, Glossa, Milano 2005
  • L. Manicardi, Il corpo, Qiqajon, Magnano 2005
  • P. Sequeri, La giustizia di agápe. L'ago religioso della bilancia, Servitium, Bergamo 2010
  • G.C. Pagazzi, Sentirsi a casa. Abitare il mondo da figli, EDB, Bologna 2010
  • E. Bianchi, La differenza cristiana, Einaudi, Torino 2006
  • E. Bianchi, Per un'etica condivisa, Einaudi, Torino 2009
  • P. Ginsborg, La democrazia che non c'è, Einaudi, Torino 2006
  • P. Ginsborg, Salviamo l'Italia, Einaudi, Torino 2010
  • I. Illich, Elogio della bicicletta, Bollati Boringhieri, Torino 2006
  • I. Illich, La convivialità, Boroli Editore, Milano 2005

 

 

   Può sembrare strano affrontare un tema di questo genere nel contesto degli esercizi spirituali. Eppure è urgente riscoprirlo come parte integrante dell'esperienza di fede tipica del Cristianesimo, soprattutto di fronte alla tentazione odierna di ritornare un po' troppo facilmente nel chiuso delle sacrestie, sia come singoli credenti, sia come chiesa nel suo insieme.

   Accade in effetti che risulti abbastanza semplice cadere in una riduzione intimistica della fede, o nella sua declinazione elitaria, più vicina al bisogno generico e sentimentalistico di stare bene insieme, piuttosto che all'esigenza di camminare insieme verso un bene in grado di diventare principio buono e promettente del nostro stare al mondo[1].

   Eppure ogni nostro gesto, da quando siamo nati, ha un risvolto sociale/relazionale che non possiamo perdere. Noi siamo "impastati con il mondo", nel senso che esistiamo e impariamo a vivere solo nella misura in cui il mondo intero risuona dentro di noi e ci attraversa da parte a parte. Ecco perché la corporeità, il legame affettivo, l'istituzione sociale e politica, il lavoro e l'economia, non possono essere ridotti a strutture esteriori che si impongono a noi dall'esterno, come elementi scomodi che verrebbero a disturbare la nostra presunta "pura interiorità". Essi sono invece quell'universo sociale entro cui soltanto veniamo a coscienza di noi stessi: da un lato ci precedono, dall'altro sono espressione di quella prossimità e convivialità di cui siamo costituiti fin dal grembo materno.

   Il Cristianesimo si presenta qui in tutta la sua profezia: Gesù non ci promette una fuga dal mondo, né l'appartenenza ad un gruppo di eletti che potrebbe limitarsi a guardare da lontano un mondo che non li riguarda. La sua fede di Figlio di Dio, invece, ci rivela il senso originario della nostra fede, come legame che dà forma alla nostra umanità in tutte le sue dimensioni, compresa quella sociale: "Non prego, Padre, che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno" (Gv. 17, 15). Nell'annuncio evangelico non c'è posto per nessuna salvezza dal mondo, ma c'è solo posto per una possibile salvezza del mondo nei confronti del quale il cristiano ha una irrinunciabile responsabilità. Il "Maligno" di cui parla Gesù, infatti, è la figura della divisione, della separazione, della tentazione di rinunciare ad amare questo mondo, che invece rimane in ogni caso e nonostante tutto la buona creazione di Dio per la quale il Figlio ha dato se stesso fino alla fine.

   Affronteremo allora questa domanda: qual è il risvolto sociale della fede cristiana? In che senso la prospettiva credente sulla vita è in grado di plasmare le nostre decisioni e i nostri atteggiamenti sociali?    Che cosa significa attraversare nel segno della fede le esperienze umane del lavoro, dell'economia, della politica? E' arrivato il momento di prendere le distanze dalla disumana separazione tra intimismo della coscienza e forme della socialità. La prima si dissolverebbe nel nulla della solitudine e della prevaricazione narcisistica, mentre le seconde (e ne vediamo i risultati) si ridurrebbero a vuota gestione di poteri e a organizzazione che si limita a difendere gli interessi di ciascuno, senza mediare quella prossimità e quella dimensione etica del sociale senza le quali noi e i nostri figli non potremmo imparare a stare al mondo in modo buono e umano.

   Si tratta dunque di evitare due eccessi: la fuga dal sociale, in nome di una religione devozionistica e intimistica, e, rispettivamente, l'invadenza nel sociale, in nome di una declinazione fondamentalistica e violenta della religione stessa[2]. La fede cristiana, invece, abita uno "spazio terzo", che apre la coscienza alla sua originaria identità aperta, relazionale, sociale, senza tuttavia perdere la saggezza delle complesse mediazioni storiche, plurali, che essa è chiamata ad attraversare e non a cancellare in modo violento. "Voi siete il sale della terra": intanto siete sale, dunque non potete nascondervi e non dare sapore, ma siete sale di una terra che sarà sempre più grande di voi e che non potrà mai coincidere in modo integralistico con la chiesa.

   Tra i molti itinerari che possiamo percorrere, scegliamo il seguente. Partiamo dal primo fondamentale "legame sociale" che è il corpo, per comprendere che il rapporto fede, relazione, mondo, società emerge già a livello della nostra fondamentale corporeità, tanto risulta originario in noi. Questo permetterà di cogliere che l'esperienza di Dio e l'esperienza "sociale" della coscienza nascono insieme, pur non identificandosi. Saremo così pronti a lavorare insieme, a mo' di laboratorio, su due grandi direzioni del rapporto interiore tra fede e socialità: la relazione tra fede, politica e democrazia e la relazione tra fede, economia e lavoro.

 

I

Fede, corporeità e relazioni

 

   Il titolo mette già subito in campo un rapporto stretto, originario, tra la fede, il nostro essere corpo e le relazioni che ci caratterizzano. La socialità emerge dunque come dimensione fondamentale e costitutiva della coscienza, o della libertà, nell'accezione precisa secondo la quale non solo abbiamo un corpo, non solo abbiamo relazioni, ma siamo il nostro corpo e siamo le nostre relazioni.

   Dopo aver dato ragione di questo asserto, accenniamo alla novità assoluta del Dio cristiano, che rivelatosi come agàpe esibisce la giustizia della sua cura e della sua dedizione come la parola fondatrice dell'umano e del vivere comune tra gli uomini.

   In terzo luogo muoviamo alcune brevi provocazioni sulla fede come "formazione sociale" del desiderio umano, secondo una prospettiva che incrocia l'avventura complessa eppure straordinaria dell'educazione delle future generazioni.

 

•1.       Il corpo: un libro aperto contro il ripiegamento su di sé

   Il corpo è ciò che di più intimo c'è nella nostra vita, è ciò che più di ogni altra cosa ci appartiene: togli il corpo si muore, togli il corpo non sai più chi sei. Eppure proprio il corpo è ciò che continuamente ci sfugge, perché cresce e si evolve, si ammala e invecchia. Non è così automatico riconoscersi immediatamente nel proprio corpo. Non solo, ma il corpo rimanda alla percezione che non posso venire a consapevolezza di me se non attraverso lo spazio e il tempo, se non tramite il distendersi della libertà dentro le mille cose che ricevo e patisco.

   Il corpo è la cassa di risonanza della realtà e del mondo che entrano dentro di me e mi attraversano. L'affetto, il sentimento, l'emozione non sono pertanto l'espressione solitaria e narcisistica della mia interiorità che già conoscerei indipendentemente dalle mie relazioni; essi invece prendono carne e parola solo in quanto sono generate dalla risonanza in me di ciò che è altro da me. Ecco il punto essenziale: più imparo a dire io, più in realtà mi riconosco impastato con il mondo e più imparo a riconoscere una comunanza con esso e con gli altri uomini che ne fanno parte.

   Solo così è possibile riconoscere un senso, una promessa che si fa strada nelle cose quotidiane ed esige da parte mia una fiducia, un'apertura, una decisione credente. Si accede alla propria identità tramite l'esteriorità, la relazione, l'alterità, la storia, la generazione, e tutto questo è un lungo viaggio imprevedibile che può essere esclusivamente percorso tramite il coraggio dell'affidamento. Se questa consapevolezza non si costruisce già fin dalle prime fasi della vita sarà più complesso riconoscere una consonanza con l'umano a cui apparteniamo, mentre sarà più semplice che il rapporto con la realtà si strutturi nella prospettiva della paura e della diffidenza.

   Il corpo è pertanto un libro aperto contro il narcisismo, contro il ripiegamento su di sé, almeno per tre motivi. Nel corpo ci ritroviamo senza averlo scelto, dunque è il segnale che non siamo noi all'origine della nostra vita, ma siamo "ricevuti da altri". Il corpo è la cassa di risonanza, la mediazione imprescindibile dei legami e della socialità che entrano in me e mi insegnano ad appartenere al mondo insieme ad altri, dunque è il segnale che la parola originaria di me è relazione, non solitudine. E infine il corpo è di per sé spazio di dedicazione, di prossimità, di generazione, dunque è il segnale di una giustizia della cura che è davvero possibile onorare con tutto se stessi[3].

   Bastano questi pochi accenni per cogliere che la socialità è parte di noi, ci precede e al tempo stesso esprime quei molti legami di cui siamo costituiti. Da qui emerge una responsabilità sociale a cui nessuno può sottrarsi, per sé e per le generazioni che verranno. Dici corpo e dici subito socialità; dici corpo e socialità e devi subito mettere in campo la fede, come atteggiamento di apertura al mondo e di riconoscimento del mondo.

 

 

•2.      Corporeità del Figlio: la novità assoluta del Cristianesimo

   L'unicità del Cristianesimo è data dalla corporeità di Gesù non come il semplice risvolto umano di Dio, o come espressione della sua accondiscendenza verso di noi, ma proprio come Dio: lì c'è Dio in presa diretta. Si tratta dunque di ripensare l'immagine stessa di Dio a partire dalla rivelazione del Figlio.

   Il suo nome è agàpe, non "sommo bene" con cui ci si dovrebbe fondere narcisisticamente; è in se stesso socialità, relazione, nel senso forte per cui queste sono le parole fondanti, oltre le quali neppure Dio sta. Lui stesso è ciò che è esclusivamente nell'esteriorità di spazio e di tempo, di relazione e di amore, di corporeità e di dedizione. E non a caso il Credo che recitiamo tutte le domeniche custodisce questa novità assoluta della rivelazione cristiana di Dio: il Padre creatore, aggettivo che rimanda ad una relazione, all'uomo costituito nella sua libertà (terra, corpo, rapporto uomo-donna), il Figlio generato, espressione che pone la generazione come identità originaria di Dio e come parola fondante dell'umano, lo Spirito che dà la vita, testimonianza di come Dio sia se stesso nel momento in cui dà tutto se stesso, senza che quella vita data ritorni su di sé.

   E' in questa novità assoluta del Cristianesimo che è custodita la possibilità di riconoscere l'affidamento all'altro, la dedicazione di sé per la vita dell'altro, l'impegno ad onorare la giustizia della cura non come smentita della propria libertà, ma come il suo esercizio più proprio. Attorno a questa confessione di fede sta o cade il senso della responsabilità sociale del cristiano nei confronti di ogni uomo, senza distinzioni né recinti più o meno confessionali.

   Possiamo in tal senso comprendere la forza e la profezia di due testi come il giudizio escatologico in Mt. 25, che pone l'esercizio della cura e della dedicazione al fratello come unica discriminante per la riuscita o meno della propria vita, e la parabola del buon samaritano in Lc. 10, in cui l'accadere del Regno di Dio si identifica senza scarti con l'attuazione immediata della prossimità e della responsabilità verso il fratello in difficoltà.

 

•3.      Per una formazione "sociale" del desiderio

   Come può, dunque, la prospettiva della fede diventare principio di formazione sociale del desiderio umano? Questo è sicuramente il lavoro più urgente e più delicato, per il quale si dovrebbero spendere le risorse migliori. Possiamo sintetizzare tale impegno attorno ad una considerazione sintetica: la qualità credente del desiderio rivela che il suo esaudimento, la sua riuscita non coincide con l'appagamento di sé, né con una veloce e immediata sazietà. Proprio nel riconoscimento dello scarto incolmabile tra desiderio e oggetto della sua riuscita emerge la qualità etica del nostro stare al mondo e delle relazioni che costruiamo tra di noi. Meglio ancora, proprio tale riconoscimento custodisce tutte le forme della socialità nella loro profondità, senza che siano ridotte a scambio puramente organizzativo, economico o meramente consumistico/commerciale.

  • Primo esercizio di socialità: si tratta di imparare a riconoscere il proprio limite non come minaccia, ma come promessa. Non si può volere tutto e si può decidere di non volere tutto; è una regola fondamentale per non consumarsi nella ricerca inutile di una continua e definitiva sazietà. La socialità, in tal caso, sarebbe minata alla radice e i legami si trasformerebbero in un continuo "usa e getta". Accettare il proprio limite significa riconoscere che il mondo è più grande di me, che c'è posto per altri, che io stesso sono stato ricevuto da altri, che l'altro non potrà mai diventare idolatricamente l'oggetto che mi sazia.
  • Secondo esercizio di socialità: si tratta di imparare a vivere insieme nella prospettiva della fiducia e della prossimità, sapendo che nulla di tutto ciò può essere costruito in modo retorico, ma passa inevitabilmente attraverso la prova del confronto e della riconciliazione. La socialità propriamente umana è anche sempre ferita, intrisa di sbagli e di cadute. Eppure solo tramite essa si vive, nella pazienza dei tempi lunghi e dell'addomesticamento reciproco. E' così che si impara una reale consonanza con la società umana; a meno di tanto ci sarebbe esclusivamente il posto per la solitudine e per l'autoreferenzialità.
  • Terzo esercizio di socialità: si tratta di imparare il "lavoro di agàpe", vale a dire la difficile arte della dedicazione di sé per generare vita in altri. Se questa disposizione non c'è, verrebbe meno la socialità stessa e forse la stessa vita umana. In ogni caso le forme sociali assumerebbero la figura della difesa del bene proprio senza che emerga la responsabilità per un bene comune, che è bene per noi e in vista della buona riuscita dello stare tra di noi, ma che tuttavia rimane altro da noi e per questo in grado di superare ogni disposizione tendenzialmente narcisistica di esistenza e di impegno.

   Attorno a questi tre esercizi la fede può dare realmente una forma "sociale" al desiderio umano, fin dai suoi primi vagiti. D'altronde è proprio così che si rivela essere il desiderio stesso di Dio nel Corpo del suo Figlio.

   Si può dunque chiarire in che senso la storia di Gesù attraversa le forme della socialità dando loro una forma e una direzione compiuta: non riproducendo un prontuario politico, lavorativo o economico che il Vangelo non conosce e non potrebbe dare, ma riconducendole all'accadere del Regno di Dio e al rapporto prioritario con il Padre, realizzando una tensione profetica con esse dall'esito per altro drammatico (scandalo della croce), e tuttavia riuscito in relazione alla risurrezione da morte. E' chiaro dunque che non si possono dedurre dal Vangelo delle conseguenze immediate e ideologiche; si tratta invece di lasciarsi istruire dalla storia di Gesù, che è la storia stessa di Dio con noi, per mediare dentro le forme della socialità, in modo complesso e sempre limitato, la sua prospettiva di salvezza piena dell'umano.

II   Fede, politica e democrazia

Per "politica" si intende quell'ambito che sta "tra di noi" e garantisce l'appartenenza di tutti e di ciascuno alla città comune, la cui costruzione e custodia è diritto e dovere di ogni cittadino.

   Dunque, non si tratta di considerare subito e immediatamente l'impegno politico più diretto e istituzionalizzato, per quanto questo sia implicato e imprescindibile, ma cercheremo di sostare su quel momento "pre-politico" che sta a fondamento della forma politico/sociale della coscienza.

   Anche in questo caso non ci discostiamo dalla socialità propria della nostra corporeità, ma lasciamo intravedere come la prospettiva credente metta in movimento una precisa responsabilità civile che non va da sé, ma si impara fin dai primi anni di vita.

 

•1.       "Tra voi non sia così": la storia di Gesù e il rapporto con lo spazio politico

   Si tratta subito di chiarire che non si può dedurre dal Vangelo né una posizione politica, né progetti o programmi per una sorta di società alternativa. Il Nuovo Testamento intende invece testimoniare la vicenda di Gesù, fino alla sua morte e risurrezione. Ora, tale vicenda, riconosciuta come il definitivo coinvolgimento di Dio verso di noi nella Carne del Figlio, non è estranea allo spazio politico/sociale proprio dell'umano, ma lo attraversa.

   Guardando alla storia di Gesù si registra una critica e una distanza progressiva nei confronti delle istituzioni politiche e religiose del tempo, man mano che gli avvenimenti di Pasqua si avvicinano e quella vicenda tende a raggiungere il suo compimento. Il criterio di tale "distanza critica" non è tuttavia interpretabile alla maniera di una fuga o di una estraneità nei confronti di questo ambito, ma come modalità di viverlo e abitarlo alla luce della novità assoluta della giustizia di agàpe.

   Si può dire che in nome della nuova giustizia del Regno inaugurata da Gesù ogni istituzione, per quanto imprescindibile, viene desacralizzata e ampiamente relativizzata. Il passaggio divenuto famoso di Mt. 22,21 ("Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio"), assume così la figura di un criterio irrinunciabile, secondo il quale solo riconoscendo che cosa dare a Dio la coscienza imparerà a dare di volta in volta ciò che deve a Cesare, mantenendo questo ambito nella sua inevitabile relatività. Proprio in questo modo viene messa insieme l'impossibilità di idolatrare ogni forma di istituzione statale e al tempo stesso l'irrinunciabile impegno del discepolo nell'ambito complesso di Cesare, da cui in ogni caso non si può e non si deve estraniare[4].

   La stessa cosa vale per l'atteggiamento di Gesù nei confronti della legge. Da un lato "il sabato è per l'uomo e non l'uomo per il sabato", e dunque ogni legge che soffoca la dignità dell'uomo e sfuma la benevolenza incondizionata di Dio per tutti viene rivelata come ingiusta e superabile. Dall'altra, tuttavia, "neanche uno iota di questa legge andrà perduto", a significare che l'annuncio profetico di Gesù non si limita a cancellare la mediazione istituzionale, ma ad attraversarla e a rinnovarla dall'interno.

   Non a caso, proprio durante l'ultima cena, il tema ritorna in tutta la sua profezia, là dove la chiesa sta nascendo attorno alla Pasqua del suo Signore: "Tra voi non sia così" (Lc. 22, 24-30). Non è l'invito a estraniarsi dal mondo, ma a dare forma ad un'intera vita nella prospettiva del servizio e non del potere, anzi, nella figura del servizio come vero e unico "potere", nella chiesa e fuori dalla chiesa.

 

•2.      La libertà del cristiano (e della chiesa)

   Alla luce della storia di Gesù è possibile mettere a tema qualche considerazione circa l'agire politico del cristiano, rimanendo a livello di criteri di fondo, da mediare faticosamente in vicende politico-culturali sempre nuove e imprevedibili. Le prime tre indicazioni richiamano la disposizione pre-politica della coscienza, mentre le altre esprimono i risvolti più direttamente politici, nel senso di un eventuale impegno più attivo ed esplicito.

  • - Dare forma dedita alla coscienza. Significa riconoscere l'ambito "terzo" della socialità non come un pericoloso riferimento che limita la libertà, ma come la sua condizione fondamentale. Solo così l'ambito della legge, del diritto, della costituzione, dell'istituzione in senso ampio viene custodito nella sua necessità, pur rimanendo oggetto di continua riforma.
  • - Dare forma relazionale, dialogica e costruttiva al dibattito sociale e al modo di stare al mondo insieme ad altri: il confronto reale non esiste per soffocare la libera iniziativa, ma perché la libertà stessa sia effettivamente umana e non si trasformi in arbitrio o in violenza dittatoriale.
  • - Dare forma responsabile alla coscienza: la pòlis è lo spazio entro cui tutti devono avere un posto e una dignità, dunque è "politica" ciò che rigorosamente si pone al servizio responsabile del bene comune e non del proprio interesse, della custodia della città comune e non di un vago populismo pericoloso e senza respiro.
  • - La custodia della laicità delle istituzioni come condizione del dialogo, della desacralizzazione dell'istituzione stessa e della libertà dell'agire ecclesiale. Quest'ultima rimane tale nella misura in cui la comunità cristiana non si identifica con una parte politica, accettando favori ed eventuali ingenue difese, ma muovendosi nella prospettiva profetica del suo Signore[5].
  • - Il principio del "bene possibile", o meglio la consapevolezza che ogni valore esiste sempre in quanto mediato in forme storiche e legislative relative e mai compiute. Ciò che rimane non negoziabile a livello di coscienza credente personale ed ecclesiale, deve essere necessariamente e faticosamente mediato in una socialità che rimane plurale e complessa. A meno di tanto il vangelo sarebbe votato alla totale estraneità pubblica e culturale. In altri termini, questo è il criterio dell'incarnazione, capace di abbattere ogni tipo di fondamentalismo politico-religioso.
  • - Il primato della solidarietà sociale, del lavoro e di ciò che non può e non deve essere esclusivamente demandato al privato: la salute, la difesa, l'istruzione, la cultura.
  • - La difesa della democrazia e della sua effettiva attuazione a tutti i livelli. Le comunità cristiane dovrebbero essere fin dal proprio interno scuole di comunione e di democrazia in senso ampio; tanto più l'impegno del cristiano in politica assume qui un compito decisivo e irrinunciabile.
  • - Il rispetto dell'avversario e l'esigenza dell'integrità morale personale non per un semplice discorso moralistico, ma nella consapevolezza che l'assunzione di una responsabilità pubblica implica il risvolto pubblico anche di questo ambito, di cui si deve dare ragione a fronte della pòlis.

III   Fede, economia e lavoro

   L'economia e il lavoro sono un ulteriore ambito entro cui si esprime l'originaria relazionalità dell'uomo. E' dunque fondamentale ricondurre tanto l'una quanto l'altro alla loro qualità propriamente umana. Si tratta di considerare il lavoro umanoe l'economia propriamente umana, nella duplice accezione per cui lavoro ed economia sono al tempo stesso espressione dell'umano che vi è implicato e spazio entro cui ne va di una precisa istanza etica dovuta ai rapporti che vi soggiacciono.

   Insomma, non è possibile considerare questi due ambiti come questione puramente economica e tecnica, poiché a lavorare è sempre l'uomo e a realizzare scambi di beni è ancora e sempre l'uomo.

   Anche in questo caso non si può ricavare dal riferimento evangelico qualche veloce deduzione su questi temi, ma come avviene per la questione politica anche qui appare chiaro che la vicenda di Gesù non è estranea a tutto ciò, ma vi tende nel momento in cui l'incarnazione significa l'attraversamento reale dell'umanità da parte del Figlio di Dio. Ecco perché indichiamo alcune brevi prospettive a partire dalla storia di Gesù e da alcuni passaggi evangelici, che proprio su tali temi riprendono in modo suggestivo e compiuto il libro della Genesi. Tanto il lavoro quanto l'economia, infatti, si lasciano comprendere nel loro rapporto stretto e interiore con quella libertà della creatura di fronte a Dio che è la lezione più decisiva del racconto delle origini.

   Non si può nascondere, in effetti, che nell'intero insegnamento del Maestro di Nazaret l'accumulo della ricchezza e il rapporto idolatrico con i beni sono considerate tra le tentazioni più pericolose, in cui ne va della vita in quanto tale, non solo quella futura, ma quella presente[6].

   In Lc. 12, 13-34 questo insegnamento assume la sua figura più chiara e centrale. L'invito a cercare prima di tutto il Regno di Dio rispetto al cibo e al vestito non significa alcuna forma di spiritualismo, ma è una vera e propria educazione del desiderio a evitare il perseguimento smodato del "sempre di più", oltre ogni limite. Tale atteggiamento, che di fatto è riconoscibile come una mancanza di fede e come un inesorabile autocentramento senza ritorno, si rivela così come la mortificazione di ogni possibile socialità e del desiderio stesso.

   Non c'è dunque nessun invito di Gesù all'ozio o ad un ingenuo provvidenzialismo. Occorre invece riconsegnare il lavoro e l'economia umani al senso originario della creazione: ciò che più di ogni altra cosa è espressione della libertà dell'uomo di fronte al creatore non può in alcun modo essere trasformato in possesso e dominio, ma deve essere mantenuto in un rapporto di affidamento con la realtà per riconoscere di esserne custodi e non dominatori. Se vogliamo si tratta di custodire nella difficoltà della storia il senso del riposo del settimo giorno, per il quale l'uomo percepisce in ogni caso di essere preceduto da una cura che lo sostiene e per questo diventa consapevole che "la sua vita non dipende semplicemente dai suoi beni", o meglio dall'accumulo smodato di essi.

   Come si vede l'indicazione è assolutamente fondamentale e, se vogliamo, generica; eppure tocca talmente il problema centrale da essere in realtà dirompente per quanto riguarda le conseguenze sociali, etiche e umane del lavoro e del commercio dei beni da parte della nostra libertà.

   Fino a che punto il lavoro è a servizio dell'uomo o diventa idolo e schiavitù? Perché si lavora? Per accumulare beni? Certo, anche per questo, nella misura in cui si sostiene una famiglia e una vita degna.    Eppure il lavoro può essere ridotto esclusivamente a questo? Secondo la prospettiva credente è possibile e ragionevole decidere di avere anche di meno pur di dare una forma davvero umana al lavoro e all'economia.

   E ancora: se in questo discorso è proprio la fede a risultare decisiva, ci si può permettere, come credenti, di risolvere ogni tipo di situazione lavorativa o economica nella pura prospettiva del tornaconto immediato? Non si dovrebbero maturare consapevolezze più lungimiranti, ben al di là delle paure e delle diffidenze create a pennello per gli interessi dell'economia fittizia e virtuale?

   Si potrebbe ancora aggiungere: come può il lavoro diventare spazio reale di rapporti tra uomini, certamente diversi da quelli famigliari o amicali, eppure altrettanto significativi per l'esistenza umana? Senza mezze parole Gesù racconta la parabola degli operai del'ultima ora, che ricevono lo stesso salario di chi ha lavorato tutto il giorno. Secondo la nostra mentalità è semplice indicare in questo racconto qualcosa di assurdo e di economicamente ingiusto; eppure proprio qui si annuncia una giustizia altra e più liberante, non in contrapposizione a quella umana (ciò che fu pattuito fu dato a ciascun lavoratore senza frode alcuna), e tuttavia in grado di aprire uno spazio realmente nuovo capace di rendere l'attività economica e lavorativa intrisa di senso umano e di solidarietà. E' forse ingiusto tutto questo? O non è che in tutto ciò viene a giocare un bieco ruolo il livore dell'invidia e della competizione fine a se stessa?

   E in ultimo, l'educazione del desiderio da parte del vangelo verso la sua qualità dedita e relazionale non implica forse il riconoscimento di come gran parte di un'economia disumana è alla fine dovuta al perseguimento di falsi bisogni di cui in realtà si potrebbe fare a meno?

   Lo ribadiamo: non si può cercare nei vangeli una dottrina sul lavoro o sull'economia. Eppure proprio la fede in Gesù esige che la libertà del credente attraversi questi momenti irrinunciabili dell'umano in modo profetico, assumendosi la responsabilità di ciò che ne può conseguire, passando dall'affanno suicida del possesso ad un rapporto equilibrato e relazionale con la necessità del proprio lavoro e con il commercio e la circolazione dei beni entro cui emergono le strutture economiche.

 


[1] Lo ricorda in modo preciso il n. 43 di Gaudium et Spes: "Il Concilio esorta i cristiani, che sono cittadini dell'una e dell'altra città, di sforzarsi di compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo Spirito del Vangelo. Non si venga ad opporre, perciò, artificiosamente, le attività professionali e sociali da una parte e la vita religiosa dall'altra. Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna".

[2] Se la chiesa dimentica le imprescindibili mediazioni entro cui soltanto la libertà evangelica può risuonare nelle forme sociali, riducendo per altro se stessa all'esclusivo pronunciamento della gerarchia, rischia di cadere in un paradosso irrisolvibile: l'intervento diretto e invadente, invece di realizzare ciò che si prefigge, vale a dire il contributo realistico del Cristianesimo alla costruzione della vita sociale, sortisce di fatto l'effetto opposto, cioè la totale irrilevanza del Vangelo per la società stessa. Ancora una volta è Gaudium et Spes al n.43 a indicare tale pericolo e la sua risoluzione tramite una precisa distinzione di livelli e di compiti: "Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta o che proprio a questo li chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero".

[3] Ci si può riferire ad una frase sintetica che dice in modo suggestivo questa dinamica umana fondamentale: "sono ricevuto dai miei genitori". "Sono ricevuto" sta a indicare il "di più" della vita che mi sfugge, un senso, uno scarto che mi rende consapevole, tramite il corpo stesso, di arrivare "dall'alto". "Dai mie genitori" esprime invece il fatto che nulla di tutto ciò avviene se non tramite la mediazione sociale rappresentata dai genitori. La stessa cosa, poi, vale per i genitori nei confronti dei figli: "siamo ricevuti dai figli che mettiamo al mondo". Il figlio non è possesso dei genitori (cfr. il taglio del cordone ombelicale!) e al tempo stesso i genitori diventano tali nella relazione che instaurano con il proprio figlio e mai semplicemente a lato di essa. Tutto questo è già in qualche modo dato a partire dall'esperienza della corporeità, anche se è tutt'altro che ovvio, in quanto è consegnato alla ripresa libera, consapevole, della libertà, che potrebbe anche scandalosamente resistervi!

 

[4] Ancora Gaudium et Spes al numero 76 chiarisce mirabilmente queste decisive distinzioni che permettono una relazione effettiva ed equilibrata tra comunità ecclesiale e ambito politico.

[5] "Certo, le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite, e la chiesa stessa si serve delle cose temporali nella misura che la propria missione richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall'autorità civile. Anzi essa rinunzierà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni". Gaudium et Spes, n. 76

[6] Non per nulla gli Atti degli Apostoli narrano senza pudore il misterioso episodio della morte di Anania e Saffira in seguito ad una frode nei confronti della comunità discepolare. Ciò significa che la chiesa delle origini, fin dai suoi primi vagiti, considera la buona e trasparente gestione dei beni e del denaro come un elemento costitutivo e irrinunciabile per la stessa forma evangelica della testimonianza ecclesiale.

 

  

UNA FESTA CHE CI ASPETTA

Ogni più piccolo gesto che poniamo sfugge al semplice appiattimento sul presente. Ogni gesto, ogni parola, ogni decisione dell'uomo si muove all'interno di una direzione, di un futuro possibile, di un' attesa, di una destinazione senza la quale non si potrebbe vivere.

Dalla qualità della nostra speranza dipende il modo con cui costruiamo la nostra vicenda personale: a speranze corte conseguirà per forza di cose un'esistenza appiattita, chiusa nel soddisfacimento immediato di qualche bisogno, caratterizzata dalla noia e dalla frammentarietà, mentre ad una forma puramente utopica o astratta di speranza conseguirà una forma di fuga dal mondo o di intimismo senza via di uscita.

Ma allora, che cosa speriamo davvero? Qual è la forma della nostra speranza? Che cosa spera quella libertà concreta che siamo noi, fatta di corpo, di relazioni, di storia? Proviamo a dirlo con tre espressioni sintetiche.

  • - "Spero che qualcuno mi prospetti un futuro possibile"
  • - "Spero che nulla di me e di ciò che ho condiviso vada perduto"
  • - "Spero che la sofferenza e la morte non siano l'ultima parola sulla mia vita"

Considerare dunque il senso compiuto della vita, quello che si chiama il "definitivo", non significa chiedersi cosa ci sarà o come avverrà, ma con chi e grazie a chi la libertà che io sono è autorizzata ad attraversare fino in fondo la vita nella fede e nell'amore, anche dentro il dramma scandaloso della morte. Da questa relazione di fondo non si esce mai; piuttosto si attende e si spera in un avvenimento, in una storia compiuta che non si sostituisca a me, ma sia fondamento della mia libertà per sempre. La figura della speranza umana non è mai individuale, ma è sempre relazionale; per questo è giusto attendersi qualcosa come una festa. Non si festeggia da soli, almeno per due motivi: perché ad una festa si va perché si è invitati e perché la festa stessa implica la presenza di almeno due o tre persone.

L'avvenimento di Gesù si presenta sulla scena della storia come quella vicenda che, attraversando anche la morte, non la spiega, ma sostiene la libertà dell'uomo fino alla fine. "Vado a prepararvi un posto": anche nella morte è possibile una relazione con Gesù che non viene meno e che continua a fare appello alla libertà di ciascuno perché continui a decidersi per lui anche in quel momento.

Gesù è l'evento risolutivo, la condizione della festa finale e compiuta che attendiamo non perché fa finire la storia o la dinamica della nostra libertà, ma perché la garantisce, la rende possibile fino alla fine. Egli non estorce il nostro consenso, ma lo attende, anzi, si espone ad esso, perché si tratti di relazione libera, non di imposizione. L'inferno, che non è un luogo, ma una condizione possibile dopo la morte, esprime la serietà di una libertà così consistente di fronte a Dio da avere la possibilità di rifiutarne eternamente la relazione. Il paradiso è la condizione piena di riuscita della nostra libertà, è l'incontro festoso della nostra storia, della nostra corporeità con il Corpo del Figlio di Dio nel quale e in vista del quale siamo fin dall'inizio creati. Attenzione: questo significa che il cristiano non crede nell'immortalità dell'anima, perché essa non garantisce la riuscita piena della propria umanità, ma solo di una presunta sua parte. Neppure crede nella reincarnazione, che in ultimo non garantisce né la libertà (ciclo delle rinascite), né la promessa reale di una vita davvero liberata dal peccato, dalla fragilità e dalla morte. Il cristiano, a partire dalla risurrezione di Gesù, professa la risurrezione dei corpi, della carne: nella relazione libera con il crocifisso risorto tutto di me si compirà, nella forma di una vita oltre la vita che è ancora questa vita, e non un'altra, completamente trasformata in Dio.

La nostra grande sfida è riportare Gesù al centro del discorso, per evitare che la morte stessa e ciò che riguarda il cosiddetto "al di là" risultino confusi, passaggi solitari e ambigui. Purtroppo è quello che in passato è accaduto. La presenza di Gesù rimane davanti a noi, non alle spalle, perché il senso della vita ci sia consegnato dalla continua storica relazione con lui, anche nella morte. Per questo egli è il Vivente per eccellenza e lo Spirito che ci è dato è la condizione del nostro libero rapporto con lui che neppure la morte ci può togliere. Il Crocifisso Risorto "calamita" su di sé tanto il passato, che ora può essere ricondotto a lui, quanto il futuro, che continua ad essere pieno di lui, e non di un vuoto o di un nulla da cui prima o poi saremmo inesorabilmente divorati. Sta qui la differenza cristiana e il senso della professione di fede che facciamo tutte le domeniche: "Credo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà".

Se tutto questo è riconosciuto come il fondamento, il senso, la direzione piena e possibile della nostra storia, allora tutta la costruzione quotidiana della nostra esistenza si può strutturare secondo la prospettiva della giustizia di amore, della giustizia stessa del Regno di Dio. Se vogliamo, quella festa che attendiamo e che ci è garantita dalla promessa di Gesù (non a caso espressa durante il contesto tipico di un banchetto nel corso dell'ultima cena con i suoi), apre lo spazio per il nostro impegno a vivere nella logica "degli ultimi tempi". Non solo, infatti, la speranza cristiana non è fuga dal mondo, ma è condizione dell'impegno profetico del cristiano nel mondo, come possibilità di assaporare in anticipo, già qui ed ora, in qualche modo, il gusto, il sapore della risurrezione, di quella festa che, nella libertà, aspetta tutti.

Possiamo concretizzare questo a partire dalle tre espressioni con cui tradizionalmente si sintetizza la vita del battezzato, inserito nella morte e risurrezione di Gesù: "Tu diventi re, sacerdote e profeta". Essere re significa custodire la libertà di Gesù, la libertà di non soccombere alla disperazione o al soddisfacimento di falsi bisogni. Significa "saper stare diritti in piedi" anche nelle avversità, senza soccombervi, adoperandosi con tutto se stessi per denunciare ciò che denigra tale libertà e dunque si rivela inesorabilmente come ingiustizia. Essere sacerdoti significa attraversare la vita concreta, quotidiana, nella prospettiva del ringraziamento e non del possesso: l'unica vocazione, a cui ciascuno darà tratti imprevedibili e diversi, è quella di un'esistenza trovata perché data a favore d'altri e non tenuta egoisticamente per sé, fino a dare il proprio corpo se ciò fosse drammaticamente necessario. Essere profeti significa non appiattirsi mai sulla superficialità, sulle speranze corte, ma imparare a diventare responsabili del sogno buono di Dio per la sua umanità, anche pagando di persona, anche dentro una chiesa che avrà sempre la tentazione di dimenticare lo stile del suo Signore, ma nella quale siamo tutti "pietre vive" e non certo sudditi senza spina dorsale.

Tutto questo è possibile a patto che la morte non sia più l'ultima parola: in Gesù questo è avvenuto e allora, per la libertà del credente, è pronta già fin da ora la festa senza fine.

FAMIGLIE INSIEME